Matsushima ya
Matsushima ya
(Basho)
Come molti in queste ore non riesco a staccarmi dalle immagini dell’immane devastazione che ha colpito il Giappone, un paese dove ho amici e che avevo appena iniziato a conoscere e ad amare. I fotogrammi di un immenso, spaventoso fiume di acqua nera che trascina via gli oggetti e le sicurezze della nostra vita quotidiana ci ricordano che siamo solo aggrappati a un instabile pezzo di roccia che vaga nello spazio: auto, bus, pali della luce, intere case vengono inghiottite nel gorgo infernale a ricordarci che siamo impotenti di fronte alla natura, che la possiamo controllare e domare solo nei nostri deliri di onnipotenza. La geografia viene modificata, intere isole vengono sommerse come nell’arcipelago di Matsushima che resterà immortale solo nei versi dei poeti. Mi fermo qui: i luoghi comuni sul Paese e sulle catastrofi naturali sono stati ampiamente approfonditi in questi giorni, assieme però a cronache drammatiche, sensibili, approfondite di chi è riuscito ad andare sul posto. Alcuni inviati hanno mostrato che fare il giornalista ha ancora un senso, nonostante il diluvio di foto e video scattate dai testimoni, ai lapidari tweet di chi c’era. Un diluvio di immagini e di frammenti che mostra assieme l’estrema forza e debolezza del citizen journalism, che perde di senso se non c’è un occhio sensibile capace di vedere, raccontare, spiegare.
Nel frattempo, nessun’attesa dell”apocalisse’ di cui alcuni hanno parlato nel resto del Paese. La vita scorre come sempre, soprattutto nel sud ovest. Però non è nemmeno del tutto vero che, almeno nei primi giorni dopo il terremoto non ci fossero timori anche nella capitale (ma anche adesso a giudicare delle email). Amici giapponesi che vivono a Tokyo mi raccontano del terremoto più terrificante che abbiano mai vissuto, di aver fatto 30 chilometri a piedi per tornare alle loro abitazioni, dei danni, dei blackout controllati in tutto il Paese (nulla, nella nostra epoca, fa paura come la mancanza di elettricità), delle nuove scosse che fanno ancora ondeggiare i grattacieli, di parenti che hanno lasciato le zone vicino a Fukushima per paura. Ma non si può parlare di un paese in ginocchio: se c’è una cosa che ho imparato a conoscere dei giapponesi – e che non è solo un luogo comune – è la loro forza d’animo, la loro incrollabile fiducia nelle proprie forze. Feriti, ma non in ginocchio. Ganbare Nihon
(post aggiornato dopo le ultime notizie)
Solidarietà: Per donare 2 euro per i soccorsi in Giappone potete mandare un sms al 45500 (Iniziativa della Croce Rossa Italiana), Istruzioni per donare
Foto: Un altro giorno di navi, case automobili (Il Post.it)
Filmati:I video (Quotidiano.net)












