Nuotare nella folla delle celebrazioni per la Muharram in India
E perché fidarsi degli altri
Era il 20 gennaio 2007. Non ci feci quasi caso quando Salim, il tassista con un eterno, luminoso sorriso stampato sul volto mi disse che il pomeriggio mi avrebbe portato a un non meglio precisato ‘festival’. Non sapevo cosa aspettarmi, ma non ebbi nemmeno il tempo di sorprendermi: quando arrivammo fra i palazzi rosa della città vecchia di Jaipur ci trovammo improvvisamente in una folla disordinata e immensa, avvolti dal suono frastornante dei tamburi. Tutto intorno a me era indecifrabile, incomprensibile, alieno. Ero l’unico occidentale e nella calca perdevo continuamente di vista Salim, la mia àncora fra le onde impetuose del mare umano in cui nuotavo alla deriva.
Stringevo nelle mani la mia piccola, vecchia macchina compatta tenuta assieme col nastro adesivo e chiedevo a Salim cosa fosse questo caos intorno a noi. Mi ripeteva enigmaticamente ‘Moram, moram, muslim festival’. Mi ci volle un po’, ma alla fine capii che era una processione legata alla Muharram, il primo mese del calendario islamico in cui si celebra anche l’Ashura, la commemorazione del martirio di Hussein. Ne avevo letto sulla mia guida. Avevo visto documentari che mostravano processioni sciite con autoflagellazioni e canti luttuosi davvero impressionanti per l’Ashura, ma attorno a me tutti sembravano coinvolti in una grande festa. In effetti si trattava del giorno successivo a quello in cui cade l’Ashura.
A un certo punto decisi di sganciarmi dalla mia àncora e di lasciarmi trasportare dalla corrente, mentre attorno a me i fedeli agitavano bastoni, suonavano tamburi e portavano sopra la testa centinaia di tazias, repliche del mausoleo di Hussein costruite per lo più con materiali poveri (soprattutto polistirolo, plastica) decorate in maniera elaborata, eccessiva, con stemmi, gioielli, festoni. Se avessi perso di vista Salim, mi dissi, lo avrei ritrovato. Fra i tanti volti ce n’era uno che mi osservava. Uno sconosciuto in mezzo alla folla mi fece cenno di seguirlo, a gesti. Aveva l’espressione estremamente seria e i movimenti delle sue mani erano decisi, quasi autoritari.
Quando succede qualcosa di questo tipo, mentre sei da solo in viaggio, non sai mai come comportarti. E non c’è una regola. Sei lacerato fra la prudenza, la diffidenza, la tua parte razionale che ti imporrebbe di dire no e la necessità ineluttabile di essere aperto all’incontro, la naturale fiducia che ti ispirano le altre persone, anche – ma non dovrei dirlo – il sottile piacere che può procurare il rischio di esplorare l’ignoto. Istintivamente decisi di seguire la persona, tirai un respiro e mi immersi nella folla in apnea.

Muharram a Jaipur (di Patrick Colgan)
Ogni tanto lo perdevo di vista, ma riappariva sempre fra le teste e i tamburi nella calca e continuava a farmi cenno di seguirlo. Dalla folla cominciò ad emergere il profilo di un palco, lontano un centinaio di metri.
Le tazias, portate a spalla o spinte su carretti sembravano convergere in quel punto. Transitavano davanti al palco dove un uomo col turbante pareva presiedere alla cerimonia e annuiva a ogni passaggio. Il cuore mi batteva forte e la tensione aumentava mentre cominciavo a temere il peggio: immaginai mani estranee che mi afferravano improvvisamente, mi immaginai infilato improvvisamente in un’auto e incappucciato. Nessuno mi avrebbe più ritrovato. Come se non bastasse, non capivo quello che stava succedendo, avevo perso il senso dell’orientamento: erano spariti tutti i punti di riferimento e mi dovevo completamente affidare a uno sconosciuto mentre incominciava a calare il sole. Facendoci largo fra tamburi, bastoni e tazias arrivammo fin sotto al palco. La gente mi guardava incuriosita, sorpresa:di altri occidentali, intorno a me, non ce n’erano.
L’uomo mi fece cenno di aspettare. Attirò l’attenzione di una persona sul palco e li osservai mentre parlottavano per cercare di cogliere il senso di quella conversazione. Ero tentato di infilarmi di nuovo nella calca e sparire. Li osservai mentre mi indicava. Forse la festa era vietata agli occidentali o ai non musulmani come era vietata alle donne (che affollavano le terrazze dei palazzi, osservando dall’alto la festa) e quell’uomo era un poliziotto? Mi voleva arrestare e punire? Pensai che me la potevo cavare con una ricca bustarella – in India funziona così – e cominciai a contare mentalmente i soldi che avevo nel portafogli. Non erano molti: la carta di credito era bloccata e il giorno prima Salim aveva addirittura dovuto prestarmi delle rupie. Ma la curiosità mi bloccava lì.
Nel frattempo l’uomo col turbante, il capo (forse un imam) fece un cenno di assenso. Scosse leggermente il capo, come fanno gli indiani. Una persona dal palco mi porse una mano e mi fece cenno di salire. Ero stupefatto. Con il suo aiuto salì faticosamente sul palco e nessuno sembrò fare troppo caso a me. Lui si limitò a indicarmi che potevo fare fot.o Davanti a me un mare senza fine di persone aveva riempito lo spazio fra i palazzi rosa di Jaipur. Sembravano onde in un mare di mille colori. Sopra, galleggiavano le enormi tazias, che si spostavano lentamente verso di noi al ritmo ossessivo scandito dai tamburi e da esplosioni di grida. Decisi di non abusare del privilegio. Scattai numerose foto (vennero male perché eravamo di fronte al sole, perfettamente controluce: troppo per la mia compatta scassata) e dopo un quarto d’ora feci cenno che era il momento di scendere. L’uomo serio, che non aveva messo via l’espressione da poliziotto, era ancora lì e mi aiutò a scendere. Lo ringraziai calorosamente e mi salutò senza chiedermi una rupia. Ero di nuovo solo, ma la folla cominciava a diradarsi. Fra gruppi che suonavano i tamburi e gli ultimi carretti rispuntò il familiare sorriso di Salim.
p.s. Se avete in programma un viaggio a Jaipur contattatemi: ho il numero di Salim e non c’è modo migliore di visitare Jaipur che seguendo il suo sorriso.
Link: le mie foto dell’India su Flickr (scattate con una scassata nikon coolpix 5200)






























la prima foto è veramente molto bella.
fine parte seria.
inizio parte importante (analisi della foto):
tutti sembrano ridere CON te, ma se osserviamo bene il regaz a destra che ti indica capiamo che non è proprio così…
per caso un piccione ti aveva cagato in testa?
Peter sempre salace! Ma effettivamente quel tizio sulla destra l’ho sempre trovato enigmatico…
si vede che è un malvagyo.
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