Mancanza di fondi, nepotismo, una pessima riforma, la condizione della ricerca, il proliferare di corsi e master, sono uno scherzo rispetto alla minaccia portata da Scienze della Comunicazione (!)all’Università italiana. E’ più o meno questo il concetto che mi è capitato di sentir ripetere più volte nelle scorse settimane in radio e televisione.
In breve il corso di laurea in questione ’insegna il vuoto’ (Umberto Galimberti), è ‘un corso inutile’, una fucina di ‘futuri disoccupati e disperati’ (un professore ospite del ‘Baco del millennio’, Rai radio uno), un esempio dei mali degli atenei italiani, più o meno alla pari di nepotismo e burocrazia (addirittura), almeno a giudicare dal livore e dall’accanimento con il quale queste opinioni venivano portate avanti.
Ci sarebbe moltissimo da dire sull’Università. Sul modo in cui vengono ‘distribuite’ le lauree, sulla riforma, sulla qualità dell’insegnamento sull’accesso ai dottorati e alla ricerca. E anche sul deleterio proliferare di corsi, di lauree specialistiche, di master. Ne ho già scritto, in parte. Fra i mali non inserirei, quantomeno non ai primi posti, i corsi di laurea in Scienze della comunicazione. Specie alla luce della diffusa ignoranza sui media (‘nuovi’ ormai è un aggettivo che non userei più), e alla luce dell’importanza dei media e soprattutto di capirli, saperli interpretare, prevederne lo sviluppo nell’economia, nella politica, nella società.
Almeno alcune delle affermazioni/opinioni che ho citato sull’infame corso mi sembrano un esempio di opinionite, prassi, tipica della televisione e del talk show, di produrre opinioni abbozzate, non confortate da dati, irrazionali. L’argomentazione rozza, per pillole e luoghi comuni, pronta e servita, impacchettata nella banalità. Perché nei talk show non c’è né lo spazio né il tempo per costruire un discorso razionale. Anche perché Scienze della comunicazione è tutt’altro che una fucina di disoccupati.
Lo dicono i dati.
Da Almalaurea.it (ricerca sui laureati fra 1999 e 2004):
I laureati in Scienze della Comunicazione si laureano in tempi brevi, con ottimi voti, conoscono bene l’inglese e hanno buona padronanza degli strumenti informatici; hanno frequentato regolarmente le lezioni e svolto stage o tirocini durante gli studi. Dopo la laurea, inoltre, si inseriscono facilmente nel mercato del lavoro: a cinque anni dal conseguimento del titolo si può parlare di piena occupazione, dal momento che i laureati occupati superano la soglia del 90%.
Tag: informazione, scienze della comunicazione, televisione, università
Maggio 29, 2008 alle 7:51 am |
sì, am bisogna vedere che tipo di occupazione hanno trovato! Anche io, laureato in lettere, risultavo occupato ad un anno dalla laurea, ma come cameriere!
Maggio 30, 2008 alle 10:25 am |
lo stesso rapporto di almalaurea mette in rilievo anche una forte correlazione (fra le più alte fra tutti i corsi di laurea) fra materia di studi e lavoro.
Settembre 27, 2008 alle 2:51 pm |
a me sembra che a essere superficiale sia questo articolo… si citano i dati alamalurea secondo i quali anche il 60% dei laureati in lettere, ad un anno dal conseguimento del titolo, avrebbero trovato lavoro… io esco proprio da quella facoltà e soprattutto qui al sud non esiste proprio che più della metà dei laureati abbia trovato lavoro NEL SETTORE PER CUI SI E’ STUDIATO. In un paese in cui la gente legge poco i giornali, e la stampa è uno dei settori più precari che esistano (lo dico essendoci dentro), mi risulta molto difficile credere che scienze della comunicazione sia così appetibile… poi spero di sbagliarmi, ma non credo…
Dicembre 21, 2008 alle 1:55 pm |
QUEI DATI SONO UNA COLOSSALE BALLA!! E’ una laurea troppo inflazionata, scelta soprattutto “per esclusione (giurisprudenza no, ingegneria nemmeno, medicina neppure), serve solo ai genitori a tenere parcheggiati i figli. Il 99% di chi ci va, salvo lodevoli eccezioni, rimane precario e disoccupato.
SCONSIGLIATELA A TUTTI QUELLI CHE POTETE!! Meglio un buon lavoro come barista o cameriere che fare il disoccupato a vita.